domenica 16 dicembre 2012

Una triste gravidanza


Avevo cinque anni ed era un caldo pomeriggio di luglio.
Ricordo la luce del salotto filtrare perpendicolarmente attraverso il vetro della finestra scaldandomi i piedini appoggiati sul grande tappeto della sala con le gambe distese coperte dalla gonna lunga che raggiungevano le caviglie.
Ero seduta sul divano e dietro di me, la bambinaia mi stava risistemando i capelli che avevo liberato dall'acconciatura stretta che mi faceva male la testa.
Le avevo detto che era troppo stretto ma non voleva ascoltarmi, pensava che facessi i soliti capricci di bambina viziata.
Mi sgridò naturalmente ma non l'ascoltavo, infastidita dalle sue mani che tentavano di porgere rimedio al mio disastro.
I miei bellissimi capelli, neri e lunghissimi che nascondevano il broncio condito da quelle guance paffute e rosate.
Fu in quel momento che mio padre entrò bruscamente facendo sbattere la porta per avvicinarsi al tavolino e versarsi un bicchiere di whisky.
Lo faceva sempre quando era successo qualcosa, la stessa identica reazione, che fosse arrabbiato o felice non faceva differenza. Era difficile capirlo.
Fu in quel momento che appresi che avrei avuto un'altra sorellina o un fratellino, Mary aveva seguito mio padre e si era permessa l'audacia di tirare la sua giacca, riempiendolo di domande su quanto sarebbe arrivato per sostituire una buona a nulla come me.
Mio padre le diede un sonoro schiaffo lasciandola con la guancia gonfia e rossa per tre giorni. In quel momento Mary lo guardò in silenzio tanto intensamente che avevo l'impressione che lo avrebbe fulminato con quello sguardo.
Che impudenza reagire così a nostro padre.
Non una lacrima solcò le sue guance, se ne andò a passo pesante per rintanarsi nella sua stanza per sette lunghi giorni.

I pensieri affollavano la mia mente infantile e ingenua, pensai davvero che mi avrebbero portato via o venduta per sostituirmi, abbandonata al mio destino di bambina vivace che voleva ribellarsi a tutto quello che faceva male.
I silenzi, gli schiaffi e quelle acconciature tanto tirate e strette che avevo l'impressione mi avrebbero fatta impazzire dal sopportare tale dolore.
Forgiava il carattere diceva la mia bambinaia e mio padre le credette e mia madre non faceva nulla per me.
Come poteva mia madre farmi questo? Lei che non faceva altro che obbedire con i suoi silenzi.
Diceva che ero la sua preferita ma non avrebbe alzato un dito per me?
Ero arrabbiata, dolorante e delusa da lei.

Scoppiai in lacrime ma le nascondevo, se papà lo avrebbe notato mi avrebbe punita finchè non la smettevo, diventai nervosa e agitata, la schiena che vibrava violentemente per il singhiozzo che cercai inutilmente di soffocare mentre la bambinaia continuava a farmi del male tirandomi crudelmente i capelli delicati.

Odiavo già quel bambino, odiavo la mia famiglia, odiavo la bambinaia ma più di tutti, odiavo con tutta me stessa quelle orribili acconciature!

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