Avevo cinque anni ed era un caldo pomeriggio di luglio.
Ricordo la luce del salotto filtrare perpendicolarmente attraverso il vetro della finestra scaldandomi i piedini appoggiati sul grande tappeto della sala con le gambe distese coperte dalla gonna lunga che raggiungevano le caviglie.
Ero seduta sul divano e dietro di me, la bambinaia mi stava risistemando i capelli che avevo liberato dall'acconciatura stretta che mi faceva male la testa.
Le avevo detto che era troppo stretto ma non voleva ascoltarmi, pensava che facessi i soliti capricci di bambina viziata.
Mi sgridò naturalmente ma non l'ascoltavo, infastidita dalle sue mani che tentavano di porgere rimedio al mio disastro.
I miei bellissimi capelli, neri e lunghissimi che nascondevano il broncio condito da quelle guance paffute e rosate.
Fu in quel momento che mio padre entrò bruscamente facendo sbattere la porta per avvicinarsi al tavolino e versarsi un bicchiere di whisky.
Lo faceva sempre quando era successo qualcosa, la stessa identica reazione, che fosse arrabbiato o felice non faceva differenza. Era difficile capirlo.
Fu in quel momento che appresi che avrei avuto un'altra sorellina o un fratellino, Mary aveva seguito mio padre e si era permessa l'audacia di tirare la sua giacca, riempiendolo di domande su quanto sarebbe arrivato per sostituire una buona a nulla come me.
Mio padre le diede un sonoro schiaffo lasciandola con la guancia gonfia e rossa per tre giorni. In quel momento Mary lo guardò in silenzio tanto intensamente che avevo l'impressione che lo avrebbe fulminato con quello sguardo.
Che impudenza reagire così a nostro padre.
Non una lacrima solcò le sue guance, se ne andò a passo pesante per rintanarsi nella sua stanza per sette lunghi giorni.
I pensieri affollavano la mia mente infantile e ingenua, pensai davvero che mi avrebbero portato via o venduta per sostituirmi, abbandonata al mio destino di bambina vivace che voleva ribellarsi a tutto quello che faceva male.
I silenzi, gli schiaffi e quelle acconciature tanto tirate e strette che avevo l'impressione mi avrebbero fatta impazzire dal sopportare tale dolore.
Forgiava il carattere diceva la mia bambinaia e mio padre le credette e mia madre non faceva nulla per me.
Come poteva mia madre farmi questo? Lei che non faceva altro che obbedire con i suoi silenzi.
Diceva che ero la sua preferita ma non avrebbe alzato un dito per me?
Ero arrabbiata, dolorante e delusa da lei.
Scoppiai in lacrime ma le nascondevo, se papà lo avrebbe notato mi avrebbe punita finchè non la smettevo, diventai nervosa e agitata, la schiena che vibrava violentemente per il singhiozzo che cercai inutilmente di soffocare mentre la bambinaia continuava a farmi del male tirandomi crudelmente i capelli delicati.
Odiavo già quel bambino, odiavo la mia famiglia, odiavo la bambinaia ma più di tutti, odiavo con tutta me stessa quelle orribili acconciature!
Ricordo la luce del salotto filtrare perpendicolarmente attraverso il vetro della finestra scaldandomi i piedini appoggiati sul grande tappeto della sala con le gambe distese coperte dalla gonna lunga che raggiungevano le caviglie.
Ero seduta sul divano e dietro di me, la bambinaia mi stava risistemando i capelli che avevo liberato dall'acconciatura stretta che mi faceva male la testa.
Le avevo detto che era troppo stretto ma non voleva ascoltarmi, pensava che facessi i soliti capricci di bambina viziata.
Mi sgridò naturalmente ma non l'ascoltavo, infastidita dalle sue mani che tentavano di porgere rimedio al mio disastro.
I miei bellissimi capelli, neri e lunghissimi che nascondevano il broncio condito da quelle guance paffute e rosate.
Fu in quel momento che mio padre entrò bruscamente facendo sbattere la porta per avvicinarsi al tavolino e versarsi un bicchiere di whisky.
Lo faceva sempre quando era successo qualcosa, la stessa identica reazione, che fosse arrabbiato o felice non faceva differenza. Era difficile capirlo.
Fu in quel momento che appresi che avrei avuto un'altra sorellina o un fratellino, Mary aveva seguito mio padre e si era permessa l'audacia di tirare la sua giacca, riempiendolo di domande su quanto sarebbe arrivato per sostituire una buona a nulla come me.
Mio padre le diede un sonoro schiaffo lasciandola con la guancia gonfia e rossa per tre giorni. In quel momento Mary lo guardò in silenzio tanto intensamente che avevo l'impressione che lo avrebbe fulminato con quello sguardo.
Che impudenza reagire così a nostro padre.
Non una lacrima solcò le sue guance, se ne andò a passo pesante per rintanarsi nella sua stanza per sette lunghi giorni.
I pensieri affollavano la mia mente infantile e ingenua, pensai davvero che mi avrebbero portato via o venduta per sostituirmi, abbandonata al mio destino di bambina vivace che voleva ribellarsi a tutto quello che faceva male.
I silenzi, gli schiaffi e quelle acconciature tanto tirate e strette che avevo l'impressione mi avrebbero fatta impazzire dal sopportare tale dolore.
Forgiava il carattere diceva la mia bambinaia e mio padre le credette e mia madre non faceva nulla per me.
Come poteva mia madre farmi questo? Lei che non faceva altro che obbedire con i suoi silenzi.
Diceva che ero la sua preferita ma non avrebbe alzato un dito per me?
Ero arrabbiata, dolorante e delusa da lei.
Scoppiai in lacrime ma le nascondevo, se papà lo avrebbe notato mi avrebbe punita finchè non la smettevo, diventai nervosa e agitata, la schiena che vibrava violentemente per il singhiozzo che cercai inutilmente di soffocare mentre la bambinaia continuava a farmi del male tirandomi crudelmente i capelli delicati.
Odiavo già quel bambino, odiavo la mia famiglia, odiavo la bambinaia ma più di tutti, odiavo con tutta me stessa quelle orribili acconciature!
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