Furono nove lunghissimi mesi.
La gravidanza rese mia madre stanca, distratta e ciò che chiamavano "isterica".
Pare sia una malattia, si rivolgono occhiate fra loro gravemente preoccupati...
Cosa avrebbe pensato la società se lo avessero scoperto? Mio padre avrebbe perso il lavoro e il suo giro d'affari?
Io invece, nella mia ingenuità di bambina, mi domandavo:
Esiste una cura?
Mia madre tornerà a stare bene?
Sarò abbandonata?
Il medico passava a visitarla con anomala frequenza, non mancava di elargire sguardi eloquenti verso mio padre e portandolo in disparte, suggeriva con quieti sussurri l'idea di poterla internare al manicomio.
Io ero la ad ascoltare, dietro ad una colonna che mi nascondeva, non ero realmente capace di capire quelle parole, ma avevo capito il modo con cui lo esprimeva che non presagiva nulla di buono.
Era successo qualcosa di brutto, me lo sentivo nel pancino che ha iniziato a dolermi, l'idea che mi frullava nella mente era chiara.
L'avrei persa senza sapere in che modo e sopratutto, non riuscivo e ne potevo comprenderlo.
La vedemmo pochissimo perchè trascorreva il tempo a letto fra le soffice lenzuola ricamate ad uncinetto, un corredo donato da mia nonna nel giorno del matrimonio, il suo sguardo spento era sempre rivolto verso la finestra e le stagioni dietro di essa segnavano lo scorrere del tempo.
Lacrime copiose sgorgavano dai miei occhi chiari per rigare le guancie paffute, andai da Mary per raccontarle che cosa avevo ascoltato e lei non solo non le interessava, disse che sarebbe stata contenta di sbarazzarsi di lei, vergogna di famiglia per essere una debole.
Ebbi l'impressione di avere il cuore in frantumi, il braccino si sollevò e la mano andò a regalare un sonoro schioffone, dato d'istinto.
Non la potevo perdere.
Era il centro del mio mondo e non volevo sentirmi abbandonata e sola.
Per la prima volta, scoprì il significato della paura.
La gravidanza rese mia madre stanca, distratta e ciò che chiamavano "isterica".
Pare sia una malattia, si rivolgono occhiate fra loro gravemente preoccupati...
Cosa avrebbe pensato la società se lo avessero scoperto? Mio padre avrebbe perso il lavoro e il suo giro d'affari?
Io invece, nella mia ingenuità di bambina, mi domandavo:
Esiste una cura?
Mia madre tornerà a stare bene?
Sarò abbandonata?
Il medico passava a visitarla con anomala frequenza, non mancava di elargire sguardi eloquenti verso mio padre e portandolo in disparte, suggeriva con quieti sussurri l'idea di poterla internare al manicomio.
Io ero la ad ascoltare, dietro ad una colonna che mi nascondeva, non ero realmente capace di capire quelle parole, ma avevo capito il modo con cui lo esprimeva che non presagiva nulla di buono.
Era successo qualcosa di brutto, me lo sentivo nel pancino che ha iniziato a dolermi, l'idea che mi frullava nella mente era chiara.
L'avrei persa senza sapere in che modo e sopratutto, non riuscivo e ne potevo comprenderlo.
La vedemmo pochissimo perchè trascorreva il tempo a letto fra le soffice lenzuola ricamate ad uncinetto, un corredo donato da mia nonna nel giorno del matrimonio, il suo sguardo spento era sempre rivolto verso la finestra e le stagioni dietro di essa segnavano lo scorrere del tempo.
Lacrime copiose sgorgavano dai miei occhi chiari per rigare le guancie paffute, andai da Mary per raccontarle che cosa avevo ascoltato e lei non solo non le interessava, disse che sarebbe stata contenta di sbarazzarsi di lei, vergogna di famiglia per essere una debole.
Ebbi l'impressione di avere il cuore in frantumi, il braccino si sollevò e la mano andò a regalare un sonoro schioffone, dato d'istinto.
Non la potevo perdere.
Era il centro del mio mondo e non volevo sentirmi abbandonata e sola.
Per la prima volta, scoprì il significato della paura.
Nessun commento:
Posta un commento