giovedì 20 dicembre 2012

Nove lunghi mesi

Furono nove lunghissimi mesi.
La gravidanza rese mia madre stanca, distratta e ciò che chiamavano "isterica".
Pare sia una malattia, si rivolgono occhiate fra loro gravemente preoccupati...
Cosa avrebbe pensato la società se lo avessero scoperto? Mio padre avrebbe perso il lavoro e il suo giro d'affari?
Io invece, nella mia ingenuità di bambina, mi domandavo:
Esiste una cura?
Mia madre tornerà a stare bene?
Sarò abbandonata?

Il medico passava a visitarla con anomala frequenza, non mancava di elargire sguardi eloquenti verso mio padre e portandolo in disparte, suggeriva con quieti sussurri l'idea di poterla internare al manicomio.
Io ero la ad ascoltare, dietro ad una colonna che mi nascondeva, non ero realmente capace di capire quelle parole, ma avevo capito il modo con cui lo esprimeva che non presagiva nulla di buono.
Era successo qualcosa di brutto, me lo sentivo nel pancino che ha iniziato a dolermi, l'idea che mi frullava nella mente era chiara.
L'avrei persa senza sapere in che modo e sopratutto, non riuscivo e ne potevo comprenderlo.
La vedemmo pochissimo perchè trascorreva il tempo a letto fra le soffice lenzuola ricamate ad uncinetto, un corredo donato da mia nonna nel giorno del matrimonio, il suo sguardo spento era sempre rivolto verso la finestra e le stagioni dietro di essa segnavano lo scorrere del tempo.
Lacrime copiose sgorgavano dai miei occhi chiari per rigare le guancie paffute, andai da Mary per raccontarle che cosa avevo ascoltato e lei non solo non le interessava, disse che sarebbe stata contenta di sbarazzarsi di lei, vergogna di famiglia per essere una debole.
Ebbi l'impressione di avere il cuore in frantumi, il braccino si sollevò e la mano andò a regalare un sonoro schioffone, dato d'istinto.

Non la potevo perdere.
Era il centro del mio mondo e non volevo sentirmi abbandonata e sola.
Per la prima volta, scoprì il significato della paura.

domenica 16 dicembre 2012

Una triste gravidanza


Avevo cinque anni ed era un caldo pomeriggio di luglio.
Ricordo la luce del salotto filtrare perpendicolarmente attraverso il vetro della finestra scaldandomi i piedini appoggiati sul grande tappeto della sala con le gambe distese coperte dalla gonna lunga che raggiungevano le caviglie.
Ero seduta sul divano e dietro di me, la bambinaia mi stava risistemando i capelli che avevo liberato dall'acconciatura stretta che mi faceva male la testa.
Le avevo detto che era troppo stretto ma non voleva ascoltarmi, pensava che facessi i soliti capricci di bambina viziata.
Mi sgridò naturalmente ma non l'ascoltavo, infastidita dalle sue mani che tentavano di porgere rimedio al mio disastro.
I miei bellissimi capelli, neri e lunghissimi che nascondevano il broncio condito da quelle guance paffute e rosate.
Fu in quel momento che mio padre entrò bruscamente facendo sbattere la porta per avvicinarsi al tavolino e versarsi un bicchiere di whisky.
Lo faceva sempre quando era successo qualcosa, la stessa identica reazione, che fosse arrabbiato o felice non faceva differenza. Era difficile capirlo.
Fu in quel momento che appresi che avrei avuto un'altra sorellina o un fratellino, Mary aveva seguito mio padre e si era permessa l'audacia di tirare la sua giacca, riempiendolo di domande su quanto sarebbe arrivato per sostituire una buona a nulla come me.
Mio padre le diede un sonoro schiaffo lasciandola con la guancia gonfia e rossa per tre giorni. In quel momento Mary lo guardò in silenzio tanto intensamente che avevo l'impressione che lo avrebbe fulminato con quello sguardo.
Che impudenza reagire così a nostro padre.
Non una lacrima solcò le sue guance, se ne andò a passo pesante per rintanarsi nella sua stanza per sette lunghi giorni.

I pensieri affollavano la mia mente infantile e ingenua, pensai davvero che mi avrebbero portato via o venduta per sostituirmi, abbandonata al mio destino di bambina vivace che voleva ribellarsi a tutto quello che faceva male.
I silenzi, gli schiaffi e quelle acconciature tanto tirate e strette che avevo l'impressione mi avrebbero fatta impazzire dal sopportare tale dolore.
Forgiava il carattere diceva la mia bambinaia e mio padre le credette e mia madre non faceva nulla per me.
Come poteva mia madre farmi questo? Lei che non faceva altro che obbedire con i suoi silenzi.
Diceva che ero la sua preferita ma non avrebbe alzato un dito per me?
Ero arrabbiata, dolorante e delusa da lei.

Scoppiai in lacrime ma le nascondevo, se papà lo avrebbe notato mi avrebbe punita finchè non la smettevo, diventai nervosa e agitata, la schiena che vibrava violentemente per il singhiozzo che cercai inutilmente di soffocare mentre la bambinaia continuava a farmi del male tirandomi crudelmente i capelli delicati.

Odiavo già quel bambino, odiavo la mia famiglia, odiavo la bambinaia ma più di tutti, odiavo con tutta me stessa quelle orribili acconciature!

sabato 15 dicembre 2012

La mia famiglia


Naqui a Londra in una famiglia borghese ma fortunata.
I miei genitori si chiamavano Daphne e Matthew Crawley e vivevo in una casa nei pressi dell'Almack's discretamente elegante e senza gli eccessi di boriose ricchezze.
A mio padre non piaceva ostentare il patrimonio economico, lo considerava frivolo e non lo sopportava.
Il rapporto fra i miei genitori è sempre stato incomprensibile ai miei occhi: mio padre era una personalità squadrata e intollerante, inflessibile, forte ed affettivamente molto freddo; mia madre era una donna squisitamente dolce ed emotivamente fragile, straordinariamente affettuosa e comunicativa, era capace di parlare silenziosamente con uno sguardo raggiungendo direttamente il cuore dell'interlocutore.
Sembrava che mio padre potesse essere in grado di stritolare la sua fragilità eppure, inspiegabilmente, è sempre sopravvissuta nonostante le crudezze che la vita le ha riservato ingiustamente.
C'era una cosa che mi ha sempre incuriosito fra loro ed era quando si guardavano, sembrava che quell'apparenza fredda fra loro si sgretolasse in sguardi fugaci, caldi e pregni di un muto significato.
Comunicavano così fra loro, effimeri sguardi e profondi silenzi, non c'erano gesti affettuosi ma quello sguardo descriveva un legame che superava qualsiasi comprensione, a dimostrazione che due persone profondamente diverse possono amarsi e convivere sotto lo stesso tetto.
Mi domando quale sia stato il prezzo da pagare.

Sono la secondogenita di famiglia.
La prima, Mary, è una ragazza dal carattere forte e freddo come mio padre, io invece sono a metà strada fra mio padre e mia madre, capace di porre un ponte comunicativo nella famiglia con difficoltà caratteriali e dispiaceri emotivi che non sono mancate.
Mi ha forgiato per ciò che avrei vissuto a mia insaputa con grandi gioie in egual misura a grandi tristezze.
Non siamo mai andate d'accordo fin da piccole anche se eravamo molto unite, non esisteva che il nostro affetto potesse venire mostrato apertamente. Mary era orgogliosa e si vergognava di mostrare la sua dolcezza alle persone, al contrario di me, ero sempre ben disposta a regalare una caramella ad un povero bambino in lacrime per un ginocchio sbucciato.

I rapporti in famiglia erano sempre piuttosto freddi eccetto fra me e mia madre, nonostante questo non c'era gelosia fra noi.
Mary era la preferita di papà ed io della mamma e dato la poca simpatia reciproca, il clima era disteso e di civile convivenza.